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Stavo marcendo in un bar malfamato la vigilia di Natale, quando la dea della Morte mi trovò. All’improvviso sentii un'ondata di freddo glaciale sulla nuca quando lei entrò nel locale scarsamente illuminato. Il barista impallidì quando la vide, poi lentamente puntò il dito verso se stesso per chiedere se fosse venuta per lui.
"No, Gary", disse con voce bassa e roca. "Non oggi."
Non mi voltai per vedere chi fosse appena entrato al Black Pearl. Mi posò una mano sulla spalla e la sua pelle era come ghiaccio. Il freddo mi penetrò nel corpo fino alle ossa. "Finisci il tuo drink, Alba", disse, sedendosi sullo sgabello di pelle accanto al mio e incrociando le mani sul bancone appiccicoso.
Mi sentii soffocare quando la riconobbi. Era esattamente come viene descritta, una mietitrice travestita da bellissima donna dalla pelle chiara e lunghi capelli scuri. Indossava un mantello di piume di corvo con la punta dorata e sembrava uscita da un libro di fiabe. Ma in un mondo in cui gli dei camminano tra i mortali, tutti al bar sapevano chi fosse. E sebbene il suo aspetto fosse inconfondibile, e il suo profumo caratteristico, non c’erano dubbi sul fatto che fosse lì per me. Quindi il mio momento era finalmente arrivato. Fissai il mio drink, deglutendo a fatica per combattere la paura che mi serrava la gola. Non era da tutti ricevere una visita personale dalla dea della Morte quando era il loro momento di andare, e mi chiedevo cosa mi rendesse così speciale.
"E’ da un po’ che ti osservo", disse chinandosi verso di me.
"Beh, il cancro è tornato per la terza volta", dissi con una risata amara. "Immagino che tu sia rimasta frustrata dall'eccellente lavoro fatto dal dottor Anderson nel tenermi in vita."
"Al contrario", disse inarcando un sopracciglio, "sono rimasta colpita dal tuo impegno nel contrastarmi."
Aggrottai la fronte e bevvi un piccolo sorso del mio drink: aveva detto che mi avrebbe concesso tempo finchè non fosse finito, quindi decisi di prolungarlo. La guardai e la vidi passare un dito su un alone di condensa lasciato dal bicchiere del cliente precedente. Mi chiesi cosa pensasse dello squallido locale dove avevo scelto di trascorrere gli ultimi momenti: non certo una fine glamour per la mia pietosa vita.
"Ho una proposta per te", disse giungendo di nuovo le mani. "Un'alternativa all'inevitabile, se preferisci."
"Va bene", dissi mescolando il ghiaccio e lo spicchio di lime sul fondo del bicchiere con i fondi del cocktail di Gary. La dea della Morte non mi sembrava una che stringesse patti con i mortali, ma cosa potevo saperne?
"Ho bisogno di un’assistente, qualcuno che mi aiuti a gestire le cose." Fece un respiro profondo e sospirò. "C'è così tanto da fare nel mondo in questo periodo. Guerre, violenza, malattie. Con la popolazione umana ai massimi storici, sono un po' più impegnata di quanto vorrei."
"Mi stai offrendo un lavoro?" chiesi, fissando il vuoto dei suoi occhi. L'idea mi sembrava ridicola.
"In un certo senso", disse. "Considerala una promozione rispetto ad essere…"
"Una malata di cancro, che ha abbandonato l'università e non ha famiglia?" suggerii.
"Stavo per dire umana, ma descriviti come preferisci", disse scrollando le spalle.
"Cosa ti fa pensare che sarei una buona assistente?" chiesi. Non c'era modo che fossi qualificata per un ruolo simile.
"Ho un buon presentimento su di te", disse con sincerità. "Forse è l'inclinazione della tua calligrafia, o la tonalità delle tue unghie." Abbassai lo sguardo sullo smalto che si stava sgretolando. "Forse è il contenuto della relazione che hai scritto in quarta elementare, o la costellazione di lentiggini sulla tua schiena." Tutti questi dettagli sembravano irrilevanti per la mia capacità di svolgere il ruolo di assistente di una dea.
"Va bene. E quale sarebbe la ricompensa?" Con pochi vincoli alla mia situazione attuale e con i tumori in continua crescita nel mio corpo, supponevo di non avere nulla da perdere. Dopotutto, mi trovavo sola in un bar malfamato la vigilia di Natale.
"Immortalità", disse senza mezzi termini. Si prese un attimo per osservare l'espressione sorpresa sul mio viso e sorrise. "Te l'avevo detto che era un miglioramento rispetto all'essere umana."
"E cosa dovrei fare esattamente come tua assistente?" chiesi. La sua offerta sembrava troppo bella per essere vera. Doveva esserci un trucco.
"Ne possiamo discutere più tardi", disse agitando una mano in segno di diniego. Lanciò un'occhiata al mio drink quasi finito e io presi l'ultimo sorso. "Siamo d'accordo?"
"Va bene", dissi con un sospiro. Qualunque fosse il problema, non poteva essere più grave della mia situazione attuale.
Mi tese una mano esile e io gliela strinsi, e la sua freddezza ancora una volta mi penetrò fino al midollo. Ma mentre suggellavamo l'accordo, mi sentii così calda che il suo freddo non mi dava più fastidio. La pelle della mia mano si tinse di un color bronzo, come se avessi trascorso le ultime settimane a crogiolarmi al sole estivo. Il dolore nel corpo scomparve e la vista, l'udito e l'olfatto si rafforzarono.
Lasciandole la mano, mi tolsi gli occhiali: non ne avevo più bisogno. Potevo sentire ogni conversazione a bassa voce intorno a noi. E ora sentivo l'odore della dea in modo così forte, gli aromi di caffè e fumo di legna che sovrastavano l'odore stantio del bar.
Gary riapparve, sorpreso nel vedere come mi fossi apparentemente trasformata. Mi chiesi se avessi ancora i capelli grigi e gli occhi spenti o se fossero cambiati come la mia pelle. La dea alzò due dita verso Gary, indicando che dovevamo festeggiare il nostro patto. Lui iniziò frettolosamente a prepararci da bere, distogliendo lo sguardo da me.
"Ricordi l'ultimo appuntamento a cui sei andata?" chiese la dea distrattamente, riportando il dito su un alone del bancone del bar.
"Certo", risposi aggrottando le sopracciglia. "È successo qualche anno fa. Una ragazza di nome Amy. Non siamo mai andate molto d'accordo, però."
Gary ci fece scivolare un paio di drink e prese il mio bicchiere vuoto. La dea lo ringraziò con un cenno del capo prima che lui sparisse di nuovo. Si portò delicatamente il bicchiere alle labbra e ne bevve un piccolo sorso. "Sono impressionata", disse inarcando le sopracciglia. "Non pensavo che questo posto servisse drink così buoni. Dovrei concedergli una mancia di un anno o due."
"Che cosa?"
"Un anno o due di vita in più", chiarì. "L'ho spaventato a morte solo venendo qui. Il minimo che possa fare è dargli un po' più di tempo con suo nipote."
"Oh", dissi, poi sorseggiai il mio cocktail. "Esci spesso?" Mi sembrava una domanda bizzarra da porre a una divinità onnisciente e onniveggente.
"Non così spesso", disse, poi rise imbarazzata. "Sono piuttosto impegnata, sai."
"Giusto."
"Cosa non ti piaceva di Amy?" chiese, cambiando bruscamente argomento e tornando alla mia storia sentimentale.
"Oh, non lo so", dissi, facendo roteare il mio drink. A dire il vero, non sapevo perchè la nostra relazione non fosse mai decollata. "Perchè ti interessa?"
"Solo curiosità", disse, evitando il mio sguardo. Bevve un altro sorso dal suo bicchiere. "Però ti piacciono ancora le donne, vero?"
Non potei fare a meno di ridere. "Sì, certo." Le lanciai un'occhiata in viso e giurai di aver visto un lievissimo rossore sulle sue guance bianche come l'osso. "Aspetta, stai..."
"Non è niente. Lascia perdere", balbettò. Era agitata e il colorito del suo viso le arrivava fino alle orecchie.
"No, aspetta" implorai, "dimmi perchè sei qui davvero."
Fece un respiro profondo. "Il tuo cancro ti avrebbe uccisa presto", disse, le parole che le uscivano di bocca in una cascata di ansia. "Ti sto allungando la vita da un po' di tempo, nonostante tutti i tuoi precedenti attacchi. Ma alla fine arriva un momento in cui un regalo di un anno o due non basta. Non posso prolungare la vita indefinitamente in questo modo. Alla fine l'unica soluzione è, beh, trasformarti in qualcosa di simile a me."
"Ma perchè proprio io?" chiesi incredula. Non aveva senso che avessi ricevuto un'attenzione così intensa da una vera e propria dea.
"Non hai alcun obbligo di lavorare per me", continuò, ignorando la mia domanda. "Non ho bisogno di un'assistente. Volevo solo sapere se eri disposta ad avermi accanto in qualche modo. Magari non come datore di lavoro, ma come amica. In ogni caso, sei libera di mantenere la tua immortalità senza vincoli."
"Ci dev’essere un trucco", dissi. "Avanti, devi dirmi perchè hai scelto me."
"Come ho detto, ti osservo da un po'. In questa vita come Alba. Nella tua vita precedente come Annabelle, e nella vita prima ancora come Victoria. E in tutte le altre vite che hai vissuto, a partire dall'inizio. Non potevo proprio guardarti morire di nuovo. Non ci riesco." Le lacrime le rigavano le guance scavate. La dea della Morte stava piangendo in uno squallido bar alla vigilia di Natale. "E speravo", disse asciugandosi il viso con la manica, "che forse dopo tutto questo tempo saresti stata pronta a parlarmi di nuovo. E forse anche a perdonarmi."
"Mi dispiace", dissi, incapace di trattenere una risata. "Dev’essere uno scherzo."
"Ora capisci perchè ci sono voluti millenni prima che mi sentissi abbastanza coraggiosa da parlarti di nuovo."
"Noi ci conoscevamo?" chiesi, cercando ancora di capire la questione delle vite multiple.
"Un tempo eri una dea come me", disse a bassa voce. "Ma poi abbiamo litigato. Avevi chiuso con me. E hai rinunciato alla divinità per diventare una mortale, entrando nel ciclo infinito di morte e rinascita. Forse volevi farmi soffrire guardandoti morire ancora e ancora." Bevve lunghi sorsi dal bicchiere, aggrottando la fronte. "Per quel che vale, ci sei riuscita."
"Perchè non ricordo niente di tutto questo?" chiesi.
"È la maledizione dell'umanità." Scrollò le spalle. "Volevi dimenticarmi e quindi hai fatto in modo di farlo."
Ho buttato giù il mio drink. "Va bene", dissi, decidendo di crederle sulla parola. "Per cosa abbiamo litigato?" Questa conversazione rasentava la follia.
I suoi occhi neri si riempirono di nuovo di lacrime. "Voglio solo che tu torni con me", implorò. "Ti prego." Mi guardò per un lungo istante, mordendosi il labbro. Poi, apparentemente decisa, disse: "Mi manchi, Daffodil."
Mentre invocava il nome Daffodil, un'ondata di ricordi mi travolse. Improvvisamente, riuscii a ricordare non solo ogni vita umana che avevo vissuto, ma anche il tempo trascorso come una dea al suo fianco. Ricordai il litigio e la notte in cui me ne andai. Ricordai tutto. Lanciai un'occhiata alle sue mani che si torcevano nervosamente intorno al bicchiere. "Tu... indossi ancora l'anello", sussurrai.
"Non me lo sono mai tolto", rispose. Se lo sfilò dal dito e me lo porse. "È tuo se lo rivuoi. Se mi rivuoi."
Guardavo mia moglie, mentre eravamo sedute al bancone appiccicoso del Black Pearl la vigilia di Natale, chiedendomi perchè avesse scelto proprio quel posto e quel momento per celebrare la nostra riunione. Eravamo solo due immortali, che sorseggiavano gin tonic in una cittadina solitaria in riva al mare. Ero arrivata lì credendo di essere sola al mondo, ignara che lei avesse vegliato su di me per tutto il tempo. A dire il vero, mi aveva ingannata spingendomi ad accettare di nuovo l'immortalità, ma questo ormai, insieme alla lite che aveva messo fine alla nostra relazione, si era sciolto come il ghiaccio dei nostri drink. Le porsi la mano sinistra, invitandola a rimettere l'anello al suo posto.
"Anche tu mi sei mancata, Asphodel."